Massimo Leggio e i suoi “Compagni di Tango”

Ragusa 3 febbraio, successo del regista e attore ragusano Massimo Leggio al Teatro Marcello Perracchio di Ragusa

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Non è sempre facile recensire uno spettacolo teatrale soprattutto se si tratta di un’opera così articolata ed intensa come “Compagni di tango”. Tuttavia l’affetto fraterno che mi lega ad un vecchio compagno di scuola e la profonda ammirazione per un uomo che ha fatto della sua passione per il Teatro la sua ragione di vita, non mi hanno fatto dubitare nemmeno per un minuto sull’opportunità di raccontare l’ultimo successo di un regista e attore ragusano conosciuto e amato da tutti. Lo spettacolo, portato in scena lo scorso 3 febbraio al Teatro Comunale Marcello Perracchio di Ragusa, ha come protagonisti, oltre Massimo Leggio, in qualità di regista e attore e gli allievi del suo Laboratorio Teatrale, i tangheri della Scuola “Rosso Tango” di Ragusa, diretta dai maestri Giorgio Cavalieri ed Ornella Lissandrello. Ancora una volta, Massimo Leggio torna a far parlare di sé, questa volta da regista e attore protagonista, in una veste interpretativa diversa da quella indossata in “Natura morta in un fosso”, ultimo successo diretto da Giovanni Arezzi, e rappresentato sulle stesse scene lo scorso dicembre. Massimo Leggio, supportato dai maestri Giorgio Cavalieri ed Ornella Lissandrello, esplora l’universo scenico del tango, in una particolarissima integrazione di prosa, canto, musica e coreografia, per dare vita, in chiave ironica e leggera, a storie di tangheri, reali o immaginari, che si raccontano e si fanno raccontare, che spandono tracce di sentimenti lungo dialoghi semplici ma intensi ed incalzanti, sullo sfondo di una ricca cultura che ha conquistato artisti senza tempo e frontiere come Carlos Gardel, Astor Piazzolla, Julio Cortazar, per citarne alcuni. L’apertura del sipario è segnata dal suono inequivocabile della sirena di una nave che sta per salpare portando con sé migranti italiani che lasciano la loro terra in direzione di luoghi di cui non sanno nulla, alla ricerca di un lavoro, di un futuro migliore, di un sogno. “Il tango nasce dall’incontro di culture ed etnie diverse alla fine del XIX secolo – narra Massimo nei suoi monologhi – quando milioni di europei, francesi, inglesi, tedeschi, russi ma soprattutto italiani, si sono riversati nelle città argentine, dove si sono stabiliti in cerca di fortuna anche molti gauchos, mandriani della pampa argentina, con i quali si sono integrati, dando vita ad una nuova etnia. Tuttavia, nel corso degli anni, esso si è emancipato dalle sue origini, si è arricchito di linguaggi musicali diversi ed è divenuto una filosofia di vita, un modo di sentire, una danza dal valore universale che esprime i sentimenti della passione, della sensualità, della rabbia, della malinconia”.  Attraverso i monologhi dei vari personaggi, le riflessioni fuori scena, i racconti e i dialoghi dei vari attori, il regista presenta uomini e donne, ballerini, persone “comuni” che si incontrano, condividono emozioni, sentimenti, relazioni. Con abilità, il regista ricrea sulla scena il mondo popolare delle milonghe come luogo mentale di esplorazione di sentimenti ed inquietudini, in cui l’uomo e la donna si osservano, si attendono, si ascoltano, si analizzano e si allacciano in un abbraccio senza inizio e senza fine, che insiste oltre le note, nel turbinìo travolgente di danze sensuali e malinconiche ad un tempo, di una musica che prende non solo il corpo ma anche l’anima. L’allestimento scenografico è tipico dei sobborghi argentini di Buenos Aires e Montevideo: sala ampia, contornata da tavolini per ballerini, pavimento levigato, luce soffusa, penombre. Una nota di merito per l’interpretazione, la presenza scenica, e l’indiscutibile talento artistico di tutti gli attori ed in modo particolare dei maestri Giorgio Cavalieri ed Ornella Lissandrello. Lo spettacolo si conclude con un lungo e caloroso applauso del pubblico, dopo l’ultima intensa riflessione di Massimo Leggio che, parafrasando J. L. Borges, dice che il tango è qualcosa di misterioso che ci ricorda quello che siamo stati o, forse, quel che avremmo voluto essere, un ballo con la vita mentre la morte sta a guardare.